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Come sarà la virtualizzazione nel 2013 secondo Red Hat

Il data center multi-hypervisor diviene realtà

Per gran parte dell’ultimo decennio è andata così: se si desiderava una virtualizzazione di livello enterprise, non c’era alternativa a VMware. Al giorno d’oggi quasi il 50% del carichi di lavoro x86 sono virtualizzati (Fonte). Man mano che le imprese ne estendono l’applicazione, hanno iniziato a valutare piattaforme alternative. I risultati di un benchmark indipendente sulla virtualizzazione – denominato SPECvirt –  e condotto dall’ente Standard Performance Evaluation Corporation (SPEC) mostrano che i vantaggi in termini di prestazioni e scalabilità non si identificano più con un’unica azienda. Le funzionalità di base che la maggior parte delle imprese utilizzano sono presenti nella quasi totalità delle soluzioni attualmente sul mercato.

Prevediamo che il potenziale per un data center multi-hypervisor divenga nel 2013 una realtà. Red Hat Enterprise Virtualization è un’alternativa interessante basata su standard aperti e commercializzata da Red Hat, che è nota per la fornitura di soluzioni convenienti e come promotrice di innovazione. Così come diverse aziende hanno trovato che strategie single-vendor per sistemi operativi o hardware non hanno senso in un mondo flessibile, prevediamo che l’era dell’unico vendor di virtualizzazione sia terminata.

Linux e l’open source favoriscono innovazione e adozione di soluzioni cloud e di virtualizzazione

La prima ondata di virtualizzazione è stata guidata dal consolidamento di server Windows storicamente dedicati a una singola applicazione mission-critical: le imprese non utilizzavano lo stesso server per Exchange e per il database SQL Server per esempio. Per questo motivo, server dimensionati per gestire i picchi, in molti casi erano sottoutilizzati. La proliferazione risultante ne ha complicato la gestione, aumentato i costi e lasciato risorse non accessibili all’organizzazione per non rischiare i workload critici. Consolidare questi server Windows era logico.

I carichi di lavoro Linux, d’altra parte, sono più facilmente presenti sullo stesso serve e questo ha consentito un maggior tasso di utilizzo rispetto ai loro equivalenti Windows. Alcune ricerche di analisti indicano che dove i workload Windows sono virtualizzati al 60%, quelli Linux registrano una media del 30%, e in alcune realtà sono quasi esclusivamente bare metal, probabilmente perché non hanno avuto bisogno di virtualizzare per ottenere un più elevato utilizzo di risorse.

Nel 2013 riteniamo che i workload Linux saranno la maggior parte di quelli virtualizzati. Perché? Le aziende sono ormai abituate a questa tecnologia e stanno iniziando a istituire delle iniziative ‘virtualization first’. Inoltre, con il ricambio dell’hardware, anche i server 1U two-socket dispongono di più memoria e CPU di quanto una macchina Linux bare metal altamente utilizzata possa consumare. E, con il costante passaggio al cloud, i carichi di lavoro Linux saranno sempre più implementati all’interno del data center virtualizzato ma anche nella nuvola pubblica.

Garantire il futuro delle applicazioni aziendali

Red Hat Enterprise Linux offre alle imprese e alle organizzazioni fino a 10 anni di supporto per il proprio sistema operativo, il che rappresenta un notevole vantaggio per la continuità di applicazioni nuove ed esistenti. Ma, come la maggior parte di noi sa, la durata massima di un server è generalmente di 5 anni, e molte aziende hanno cicli di refresh di 3-5 anni, quindi mantenere questo ciclo di vita per il software può rappresentare una sfida. La virtualizzazione permette la sostituzione dell’hardware fisico senza modificare il container del sistema operativo, e questo assicura notevoli vantaggi alle aziende che desiderano standardizzare i cicli di vita dell’hardware, ridurre i costi del supporto dei server e beneficiare di tecnologie di risparmio energetico integrate nelle nuove macchine.

Coesistenza di virtualizzazione, base metal e containerizzazione

Quando le applicazioni aziendali erano monolitiche, stateful e piene di risorse, aveva senso adottare una strategia di virtualizzazione focalizzata su macchine virtuali con le stesse caratteristiche. Ma, con l’implementazione di modelli cloud, le applicazioni vengono architettate per essere container leggeri, stateless, auto-configuranti per CPU e memoria, con la maggior parte della gestione di rete e storage data in outsourcing a soluzioni di virtualizzazione dedicate.

Anche se alcuni vendor hanno tentato di convincere il mercato che convertire l’intera infrastruttura su macchine virtuali fosse l’unico percorso verso la nuvola, noi riteniamo che i workload bare metal continueranno a esistere, anche se in maniera meno prevalente e come parte integrante della strategia cloud. E mentre le macchine virtuali rappresentano un primo passo per incrementare l’utilizzo di risorse e la loro gestibilità, le tecnologie che integrano le funzionalità di virtualizzazione nel sistema operativo, denominata containerizzazione, permettono alle macchine virtuali o ai server bare-metal di essere suddivisi anch’essi per fornire protezione applicativa e una più granulare divisione delle risorse.

Nel 2013 riteniamo che le piattaforme PaaS (Platform-as-a-Service) aumenteranno – traendo vantaggio da bare-metal, macchine virtuali e containerizzazione di sistemi operativi, per permettere a un’azienda di fare il miglior uso delle sue risorse al fine di fornire applicazioni enterprise. La sfida per Red Hat e come per gli altri vendor è di far sì che le tecnologie favoriscano la concretizzazione e la gestione di questi trend.

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